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Verso la mente ampliada

di Maria Letizia Ferrandino

La Psicanalisi Multifamiliare è una ricerca permanente, io la spiego così....
è dove apprendiamo sempre e dobbiamo essere aperti all’apprendimento.
La cosa peggiore che ci può succedere è che diciamo “IO GIA’ SO”(Badaracco)

E’ in questo clima di certezze e di voler avere sempre ragione che si perde l’opportunità di poter condividere la ricchezza del pensiero e l’esperienza di ogni persona, di essere aperto a ciò che pensano gli altri....avere la “mente cerrada”.

Bowen: Più un terapista impara di una famiglia, più la famiglia impara di se stessa e che più impara la famiglia più impara il terapista.

Non esiste un modello di atteggiamento da parte del conduttore; si tratta di accettare umilmente di non sapere e che dalla partecipazione al gruppo egli potrebbe imparare, aperto ad apprendere ed accettare le differenze con rispetto e curiosità.

Dover “Aprire la mente” come condizione indispensabile per comprendere l’ipercomplessità inerente alla natura delle cose e utilizzare coscientemente i modelli teorici per considerare aspetti parziali della complessità dei fenomeni intrapsichici e relazionali con cui ci troviamo a lavorare.

Morin: “Il pensiero complesso è consapevole dell’impossibilità delle conoscenza completa: uno degli assiomi della complessità è l’impossibilità, anche teorica, dell’onniscienza. Riconoscimento di un principio di incompletezza e di incertezza di ogni conoscenza.” Il pensiero è multimensionale dove alcune verità profonde, tra loro antagoniste, possono essere complementari senza smettere di essere antagoniste.

Molto insegna il paziente difficile sulle radici della mente cerrada; il paziente difficile è la specialista del non cambiamento. Possiamo comprendere l’apparente “irreversibilità” di certi funzionamenti mentali come condizionati, non tanto per una rigidità intrinseca di certe strutture mentali, ma per l’abilità e/o capacità di mantenere certe forme di funzionamento mentale basate sul “non cambiamento” (Badaracco)

Il funzionamento della mente descritto da Bateson come un’ecologia della mente descrive il modo di elaborare le informazioni che è intrinsecamente connesso all’ambiente circostante; Bateson ipotizza livelli di funzionamento della mente (o tipi logici) organizzati gerarchicamente dal livello di base della percezione sensoriale, fino alla possibilità di pensare il pensiero, ovvero la mente che riflette su se stessa (metariflessione) Tali livelli vengono selettivamente attivati nello scambio con l’ambiente esterno attraverso successive variazioni di stato che a loro volta producono un cambiamento nello stato mentale.

La comunicazione tra persona all’interno di un sistema di relazioni avviene in termini di livelli logici: eventuali conflitti di tipo paradossale tra questi livelli bloccano la persona in una posizione di impossibilità decisionale (ASPETTO DI contenuto e relazione). Bateson ipotizza che esperienze costanti di violazione nell’assegnazione di tipo logico sono presenti nei processi che favoriscono la comparsa dei sintomi della schizofrenia; in condizioni favorevoli si stabilisce un flusso continuo e integrato di scambi comunicativi tra mente ed ambiente tale da produrre evoluzione nei tipi logici attivabili e quindi organizzazioni di pensiero sempre più complesse.

Anche la teoria dell’attaccamento ha contribuito a creare un modello esplicativo dei processi interattivi che facilitano l’’insorgenza di disturbi gravi, correlando differenti pattern di attaccamento alla capacità di inibire o favorire processi di sviluppo cognitivo.

La capacità di mentalizzare, di avere una teoria della mente, comporta la capacità di rendersi conto che gli altri hanno una mente diversa dalla propria (Fonagy 2001), la capacità di inferire cosa succede nell’altro dalle sue espressioni facciali, dal tono della voce, o da altre comunicazioni non verbali. Si tratta di capire il comportamento proprio e degli altri in termini di stati mentali come le convinzioni, i sentimenti e le motivazioni (Fonagy e Target 1997) Insiti nella mentalizzazione sono la valutazione e il riconoscimento che gli stati del sé percepiti in sé e negli altri sono fallibili, soggettivi e sono rappresentazioni della realtà che riflettono solo una delle prospettive possibili (Gabbard)

La mentalizzazione è una caratteristica della memoria procedurale implicita, nel senso che si crea nel contesto di attaccamento sicuro al genitore che attribuisce stati mentali al bambino, lo tratta come agente mentale e lo aiuta a creare modelli operativi interni (Fonagy) MOI (rappresentazione mentale di sé, della Figura di attaccamento e dello stato emotivo associato alla relazione.

Secondo Bowlby i MOI hanno la funzione di elaborare ogni informazione concernente l’attaccamento, cioè percezione, codifica, recupero, interpretazione, regolazione dello stato emotivo e selezione della risposta.

Ritornando a Badaracco la mente umana ha radici essenzialmente esperenziali. Un bambino piccolo vive la relazione con la madre in termini di vissuti che questa relazione risveglia nella madre, legati a loro volta a vissuti della propria infanzia. Questo interscambio di vissuti è creativo in una relazione sana. Se si presenta come una relazione traumatica, il bambino tenderà a neutralizzare i vissuti dolorosi, identificandosi con i meccanismi che la madre utilizza per neutralizzare i vissuti intollerabili che suo figlio le risveglia. Questa identificazioni all’origine sono identificazioni con meccanismi attivi e vanno a costituire lo sviluppo della mente in termini di “azioni”, invece di veri e propri pensieri con maggiore “reversibilità; ciò aiuta a comprendere meglio quello che Badaracco ha chiamato “TENDENZA AL NON CAMBIAMENTO”, che è inerente a certi aspetti di funzionamento della mente umana e a più a che fare con ciò che nella mente agisce- di cui non ci rendiamo conto molto facilmente, tanto nei pazienti quanto in noi stessi.

IO GIA’ SO!! Appartiene alla madre che non riconosce i reali bisogni del figlio e attribuisce pensiero e significato ai pensieri del proprio figlio....

Nella malattia mentale, pazienti e familiari condividono la chiusura mentale, creando conflitti che si presentano come dilemmatici, che si comprende meglio quando scopriamo che l’apertura” della mente cerrada può produrre molta angoscia e panico, tanto quando la possibilità di cambiare.

Nel GMF, la partecipazione emotiva intensa (all’interno di un contesto di sicurezza psicologica) dà luogo a dialoghi che hanno la potenzialità di far pensare. Ciascuno sviluppa nuove possibilità di dialogare e di pensare integrando nella propria mente le diverse esperienze che hanno il potere di aprire nuovi spazi mentali. (rispecchiamento)

Il GMF inizia, così, ad avere la capacità di formulare un pensiero che si compone attraverso i contributi del pensiero di ognuno dei partecipanti; si crea un pensiero complessivo, alla cui elaborazione ognuno può dare un contributo e che permette al gruppo di funzionare come una “MENTE AMPLIADA”.