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Le risorse dell'Io

di Francesco Borgia
Nell' opera di JGB la nozione di “risorse dell'Io” emerge come un aspetto che condiziona la manifestazione della psicosi. “Tanto maggiori sono le carenze dell'Io quanto più è necessario per il paziente accentuare il proprio narcisismo e strutturare ancora di più il proprio delirio. Tanto più invece può sviluppare risorse egoiche autentiche, quanto più potrà abbandonare i contenuti deliranti e allontanarsi dal narcisismo patologico difensivo”.
Questo aspetto si manifesta improvvisamente, ma in realtà è il risultato di un lavoro interiore molto lungo. Il paziente che ha della carenze molto grandi sul piano delle risorse egoiche, non può utilizzare il trattamento psicoanalitico classico per stare meglio. I sentimenti intellettuali di invidia e di risentimento lo costringono ad interrompere la terapia in quanto viene rimesso in contatto con angosce di morte, disintegrazione e perdita di contatto con sé stesso.
H. Rosenfeld parla di “narcisismo di morte” per indicare la situazione in cui la dipendenza infantile sana viene frustrata dall'oggetto parentale dell'Io in crescita. Il soggetto infantile si vede obbligato per maneggiare questa particolare situazione di abbandono ad introiettare una “presenza che fa impazzire” controllandola attraverso un legame di natura perversa. E' proprio la strutturazione di questo legame che costituirà una delle componenti del narcisismo patologico difensivo più difficili da modificare. Molti pazienti avvertono questa carenza di risorse dell'Io in maniera così intensa, da pensare al suicidio come tentativo estremo di sottrarsi a questa sottomissione.
Nel lavoro della psicoanalisi multifamiliare l'inserimento del terzo che può individuare la relazione simbiotica e riscattare ambo i membri di una relazione che imprigiona e impoverisce è fondamentale. Si viene a determinare quindi un processo di desimbiotizzazione e la progressiva sostituzione di relazioni narcisistiche con relazioni oggettuali più realiste e mature.
Nelle condizioni di carenza a cui ci riferiamo il paziente si vede costretto ad utilizzare la sua attività mentale per controllare, dissociare e negare i suoi stati emotivi penosi perdendo la possibilità di trovare un equilibrio migliore tra mondo interno e mondo esterno. Ciò succede in particolare quando il mondo esterno viene ad essere a sua volta caricato da ansietà e contraddizioni che non configurano un contesto di sicurezza per un Io fragile e pieno di carenze. A questo punto il paziente si vede obbligato a fabbricare una sua “verità delirante” e a imporla in modo onnipotente.
Va ricordato come questi legami tendono a strutturarsi in modo perverso e condizionano un funzionamento mentale che promuove dei cortocircuiti intrapsichici permanenti che impoveriscono ulteriormente l'Io. Si manifesta dunque la tendenza a trasformare qualunque rapporto in una “simbiosi patologica” non potendo il soggetto fare a meno dell'oggetto a causa della sua fragilità e del suo bisogno di essere difeso. Quando la necessità di una domanda infantile sana viene frustrata a causa delle carenze degli oggetti parentali essi possono trasformarsi in oggetti che fanno impazzire.
Bisogna ricordare come nella condizione di fragilità della nascita, l'essere umano necessita di assistenza. Tende a “simbiotizzarsi” con un altro tendendo ad utilizzare le sue risorse come se fossero proprie, ed ha bisogno che il genitore che riconosca le necessità del soggetto per poterlo assistere adeguatamente evitando il più possibile le esperienze traumatiche.
L'oggetto buono sarà quello che apporta grazie alla sua funzione strutturante le condizioni per una esperienza frustrante, ma tollerabile. Viceversa l'oggetto cattivo si comporta come un oggetto cattivo che amplifica le frustrazioni, le invidie e l'odio primitivo e si relaziona come un oggetto che fa impazzire.
Il lavoro terapeutico consiste nell' assistere il soggetto, richiamando la situazione traumatica, in un contesto di sicurezza psicologica in modo tale da fornire attraverso oggetti esterni e interni positivi e di supporto lo sviluppo di risorse capaci di trasformare un vissuto elaborabile ed analizzabile. Il processo terapeutico si trasforma quindi in un'alternanza di momenti di elaborazione interpretativa, risoluzione dei conflitti, e sviluppo di risorse egoiche nuove.
La soluzione di un conflitto permette la formazione di risorse nuove come la capacità di elaborare, pensare, individuare significati, simbolizzare e permette di strutturare il conflitto edipico propriamente detto, che può essere analizzato come nel paziente nevrotico.
Va ricordato, come dice Racamier, che il paziente non si identifica se non con quelli che hanno saputo identificarsi con lui, e nel GPMF identificandosi via via con i vari membri del gruppo, può iniziare a tenere in maggiore considerazione sé stesso.
A volte possiamo infatti notare come il paziente, proprio per la sua carenza di risorse, esprime nei nostri confronti una esigenza di fusionalità ed una tendenza alla simbiosi che può apparire come un desiderio di possesso assoluto.
A questo punto la teoria della psicosi va rivista nei termini di una carenza delle risorse dell’ Io e la comparsa dei sintomi va, quindi, considerata in base alle risorse che il paziente può mettere in campo per affrontare i conflitti e superarli.
Facendo riferimento al funzionamento del paziente nel GPMF si vede come man mano che il paziente scopre la possibilità di sentirsi più sicuro nel contesto gruppale viene a determinarsi una confidenza sempre maggiore con le persone del gruppo che ritiene responsabili e le percepisce come una famiglia sostitutiva transizionale, tanto da potersi permettere regressioni ed esperienze correttive tali da porsi al servizio dello sviluppo.
Ogni volta il paziente scopre così di poter contare su risorse dell’Io sempre maggiori.
Bisogna sempre considerare come questo processo avvenga per gradi e può generarsi solo progressivamente, man mano che il paziente procede nel lavoro terapeutico all’interno del contesto multifamiliare.
A questo proposito è particolarmente importante segnalare sempre gli aspetti positivi ed evolutivi che il paziente manifesta nel gruppo favorendo una funzione di assistenza che permetta di rinforzare le funzioni dell’Io. Questa funzione si sviluppa tutte le volte che il conduttore ed infine l’intero gruppo possono concepire il paziente come portatore di una “virtualità sana”. In questo senso lo stesso concetto di “alleanza terapeutica” va rivisto e messo in relazione con il processo di sviluppo delle risorse dell’Io.
Nel contesto multifamiliare è proprio il concetto di co-terapia che permette di affrontare queste situazioni. E’ possibile cioè un altro terapeuta possa percepire un deficit che il terapeuta che conduce la riunione non ha colto. A volte sono altri pazienti o altri familiari che possono, svolgendo la funzione di co-terapeuti, fornire un aiuto. Si tratta sempre di fornire al paziente un aiuto, in particolare quando si ha la percezione controtrasferenziale di un deficit di risorse dell’Io.
Nel GPMF ogni persona si trova di fronte ad una rete di transfert multipli. Proprio per questo si vengono a creare le condizioni perché si possa sviluppare il pensiero, in quanto è proprio la funzione gruppale di mente “ampliata” che permette di superare quegli elementi psicotici che non favorivano lo sviluppo del pensiero nella coppia paziente-familiare. In questo senso le risorse dell’Io di un membro del gruppo possono arricchire quelle di un altro. In questo modo la ricontestualizzazione nel GPMF funziona come l’interpretazione psicoanalitica durante l’analisi, risultando adeguata al processo che stiamo considerando.
Quello di cui si parla possiamo ritrovarlo anche nelle teorizzazioni di Winnicott, che parla proprio di uno sviluppo durante la terapia a partire dal “Vero Sé” dell’individuo.
Nel contesto multifamiliare la relazione oggettuale va considerata come un “continuum” che va dall’interdipendenza sana (che genera risorse dell’Io proprie ed una identità solida) all’ interdipendenza patologica e patogena (che genera simbiosi ed oggetti che fanno impazzire).
Si viene a creare cioè un circolo virtuoso di interdipendenze evolutive e normogeniche al posto del circolo vizioso di interdipendenze patologiche e patogene.
Va ricordato, per concludere, come non siano solo le risorse dell’Io dell’analista che possono aiutare il paziente a sviluppare le proprie risorse, viceversa sarà l’intero gruppo, che potrà essere utilizzato da ognuno, coordinato dal conduttore, che potrà permettere e articolare le esperienze potenzialmente arricchenti all’interno del processo multifamiliare.