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Seminari LIPsiM 2017 - "Normopatia o patologia?" a cura di L. Di Ventura

 La ricerca clinica di J.Badaracco, a parer mio, più di altre ricerche, sta dimostrando di avere la forza di riaprire molte storie chiuse. Primariamente, in un momento in cui l’epistemologia psichiatrica si focalizza sulla ricerca psicofarmacologica (E.Borrios), riapre le storie chiuse degli psichiatri e delle istituzioni psichiatriche oltre che dei pazienti, dei loro familiari, degli psicologi e degli psicoterapeuti di tutti gli orientamenti, degli infermieri, di tutte le figure professionali coinvolte nella cura, fino ai fondamenti culturali che negli ultimi 150 anni hanno cercato di organizzare il sapere in merito al problema del “disagio psichico” e della cosiddetta “malattia mentale”.

Con il presente intervento, partendo dalla lezione magistrale di Winnicot, provo a porre degli interrogativi ai quali tenteremo insieme di trovare delle risposte. D. Winnicott affermava che il bambino, nell’osservare lo sguardo della madre rivolto a lui, conosce se stesso, ha coscienza di se stesso. D. Napolitani aggiunge: “Non solo perché, essendo guardato, diventa una presenza viva nello sguardo dell’altro, ma perché tale presenza è connotata intenzionalmente, nel senso che il bambino scopre di essere una presenza che genera felicità o sgradevolezza, desiderata o rifiutata, e così per un’infinita gamma di sentimenti o risentimenti che il bambino impara a vivere attraverso lo stato emotivo e lo sguardo della madre. E’ attraverso questa sequenza esperienziale che egli interiorizza chi è. La radice della coscienza, dunque, non è dentro un processo meditativo solipsistico che l’essere umano, a un certo momento della sua vita avvia ma, al contrario, nell’ “io sono” c’è l’eco profondamente radicata di quell’origine identitaria che coincide con ciò che è stato indicato dallo sguardo di una madre in prima istanza e, poi, di tutte le persone che avranno un peso rilevante nel corso dell’intera esistenza”. Il gruppo di psicoanalisi multifamiliare riunisce, in un unico tempo e spazio, tutti questi intrecci di sguardi che hanno concorso a definire l’identità di una persona in un determinato “destino”che si manifesta nella fenomenologia del pathos, della sofferenza, con il “destino” della madre, del padre insieme ad altre famiglie che a loro volta si riconoscono in una storia simile. Cosi l’intreccio originario, a sua volta, viene guardato da altri sguardi fino a creare i presupposti per lo sviluppo di una nuova coscienza di Sé, di tutti gli attori che vi partecipano, ivi compresi i conduttori. Quindi, trasferendo questa riflessione al “nostro essere psicoterapeuti” possiamo chiederci: quale etica culturale ha guidato la formazione della nostra coscienza esistenziale e professionale nell’essere in relazione con il Pathos? Pathos viene da paskei, che significa “ricevere passivamente”, senza possibilità di reagire in modo autonomo, e anche “subire”, e anche “espiare”, cioè avere un comportamento esattamente corrispondente al comando originario. Con quale coscienza presupponiamo di avere qualità, strumenti, risorse che possono confortare la sofferenza che affligge la persona che ci chiede di essere aiutata? Attraverso il setting del gruppo Multifamiliare possiamo osservare modalità interattive che si ripetono all'infinito, le cosiddette interdipendenze patologiche e patogene che possiamo identificare tra genitori e figli. Quando si verifica questa evenienza anche noi conduttori siamo attraversati da un vissuto di insofferenza, fastidio. Cosa ne facciamo di questi vissuti e in che modo sollecitano quella parte di noi permanentemente in formazione rispetto all’esigenza non adattiva ma trasformativa cui la vita ci invita?

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Venerdì, Giugno 16, 2017 - da 15:00 a 17:30