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Introduzione

di Fiore Bello
La commissione “PMF e servizi di salute mentale” ha strutturato il proprio lavoro sotto forma di “focus group” con uno dei membri che annota i contenuti discussi. Il resoconto viene inviato agli altri membri e rappresenta la base di lavoro per il successivo incontro. Riassumeremo le tematiche affrontate nei primi quattro incontri della commissione.
Immediatamente irrompe sulla scena il tema del coinvolgimento dei curanti/invianti: evitare l’insorgenza di situazioni speculari alla psicosi e ai suoi processi di scissione, rifiutare la delega totale della cura e costruire un’attiva co-partecipazione fornendo ai colleghi sia le informazioni sui principi della PM che sui processi terapeutici che riguardano i pazienti e le famiglie che partecipano ai gruppi. I conduttori dei GPMF non interpretano i contenuti transferali delle dinamiche interpersonali che avvengono nel gruppo, ma si pongono come promotori di una partecipazione creativa di ciascun membro del gruppo al nuovo contesto socio-culturale, esplorandone i vincoli costitutivi e ricercandone le nuove possibilità che esso inevitabilmente apre. Si riflette su come entrare in sinergia con gli altri servizi anche in base alle caratteristiche organizzative dei gruppi e alle modalità di conduzione degli stessi e la valenza affettiva degli incontri multifamiliari sembra poter essere il filo conduttore. L’emozionalità che fluisce all’interno del GPMF, attraverso un assetto esperienziale, permette di tollerare e conciliare quegli aspetti relazionali che altrove risultano spesso insanabili. In questo senso, tutte le potenzialità terapeutiche del gruppo sono applicabili anche all’organizzazione dei servizi, ma per poter avviare tale processo trasformativo è necessario pensare a un funzionamento sincronico dei servizi stessi e abbracciare una diversa prospettiva teorica.
Con il susseguirsi degli incontri si definiscono alcuni punti fondamentali:

1. L’utilizzo del gruppo di psicoanalisi multifamiliare nella fase di accoglienza. (Maria Evelina Winkler)
Le persone che si rivolgono al DSM e che poi ne frequentano le diverse strutture  spesso si trovano in situazioni di tensione, incertezza e paura. L’impegno di tutto il personale è di accoglierle nelle loro difficoltà con uno stile di lavoro caratterizzato da ascolto, attenzione, interesse e umanità. Non vanno trascurati, nel limite delle risorse, gli aspetti della cosiddetta “accessibilità” (l’insieme delle azioni che hanno il fine di facilitare il contatto degli utenti con le strutture del Dipartimento). È necessario anticipare il più possibile l’intervento nei disturbi psicotici e nell’offerta dell’accoglienza potrebbe essere inserito stabilmente il GPMF.
 
 
2. Ridefinizione concettuale dell’intervento (Paola De Santis e Andrea Narracci)
Per rafforzare l’applicabilità dell’intervento multifamiliare è necessario:
1. definire il metodo;
2. fissare obiettivi;
3. porre  attenzione ai contenuti;
4. attivare setting multipli;
5. cogliere le linee di convergenza e sintetizzare i percorsi;
6. monitorare l’evoluzione del gruppo nel tempo.
 
3. Influenza del GPMF sul funzionamento dell’istituzione e coinvolgimento di tutti gli operatori dei servizi (Paola De Santis e Andrea Narracci)
È necessario capire bene cosa realmente produce il GPMF nei servizi dove è attivo e per fare ciò si potrebbe utilizzare una scheda quanti/qualitativa da sottoporre a tutti gli operatori.
Spesso i colleghi che non lavorano con la PM hanno delle resistenze a mettersi in gioco e una scarsa visione della complessità dell’intervento. Evidenziare e ri-significate con maggiore attenzione quella pluralità di segni che le famiglie psicotiche mostrano nel gruppo multifamiliare favorirebbe un sereno confronto tra operatori e la condivisione dei percorsi terapeutici sarebbe più fluida ed elastica. E’ necessario allargare la “proprietà della cura e del paziente” inserendo nel GPMF tutte le figure professionali: in questo modo gli interventi, spesso realizzati in modo separato,  troverebbero un luogo d’incontro, di confronto e d’integrazione. Rafforzando il “sentire comune”, dove il lavoro dell’uno diventa anche il lavoro dell’altro, si potenzia anche il terreno e l’obiettivo comune. Il GPMF porta con sé un cambiamento non solo delle famiglie, ma anche degli stessi operatori. La condivisione dovrebbe riguardare non solo gli aspetti metodologici e cognitivi ma soprattutto il clima emotivo e il contenimento delle emozioni forti (anche le paure dell’operatore possono essere contenute). Pensiamo alla creazione di canali di condivisione delle esperienze che rendano possibile una circolazione fluida delle emozioni e che diano vita a una comunità (terapia ecologica) il cui fine è intervenire sia sui nuclei patologici e patogeni delle famiglie che sugli operatori stessi. Per evitare che prevalga la seduzione narcisitica, è  necessario fare uno sforzo per individuare quei percorsi disfunzionali dove non si veferifica l’integrazione tra operatori dello stesso servizio e di servizi diversi. Invece, laddove il GPMF è abbastanza forte, si verifica un cambiamento quasi strutturale dello stesso servizio, si assiste a una contaminazione (Paola) che non solo lo marca nella quotidianeità ma che aiuta anche a definire la giusta distanza dalla psicosi (pazienti e familiari) e dagli operatori.
 
 
4. Condivisione di una cultura dell’intervento (Paola De Santis e Andrea Narracci)
La presenza del GPMF in servizi che intervengono in tempi diversi nel percorso di cura favorirebbe la nascita di una rete di operatori che condividono la stessa cultura dell’intervento e dispiegano le loro cure in modo sincronico.  Il GPMF può rappresentare un ponte, un luogo (intermedio) dove le cose sono in movimento e collegare i diversi servizi con il risultato di abbassare il livello di conflittualità che spesso li caratterizza.  E’ fondamentale restituire al servizio gli effetti del gruppo (al CSM di Via Montetomatico la riunione post gruppo confluisce in quella di servizio; potrebbero essere tenuti incontri periodici di restituzione). Ci sembra ormai giunto il momento per provare ad attuare un cambiamento epistemologico vero e proprio (dal contenimento farmacologico del paziente all’apertura della mente dei curanti e dei loro servizi di appartenenza) che parta dall’introduzione della PM in tutti i servizi di salute mentale e che ponga molta attenzione agli effetti che questa operazione produce sugli operatori e sull’intera organizzazione. Il GPMF è un modello d’intervento che facilita l’incontro, stimola il confronto, riduce i meccanismi di difesa degli operatori e apre la mente  alle possibilità di cambiamento che solo la gruppalità estesa può garantire.
 
5. L’influenza del GPMF sulle famiglie
Bisogna amplificare le funzioni dell’organizzazione affinché le famiglie in crisi possano accedere il più presto possibile al trattamento con il GPMF. La partecipazione al GPMF permette ai familiari e ai pazienti di avvicinarsi al servizio, di capirne il suo funzionamento e le sue  logiche interne e può essere un valido mezzo per creare una relazione terapeutica  efficace o rafforzare quella esistente. Il tempo e i criteri d’intervento possono capovolgersi rispettando così paure e bisogni dei singoli e delle famiglie (dalla partecipazione al GPMF può nascere anche consapevolezza di malattia e una nuova o diversa richiesta d’aiuto). Nel GPMF c’è un clima di affettività e di movimento perché vengono mobilitate energie e risorse nuove e/o inutilizzate.
 
6. Dalla logica dell’acting alla logica del pensiero (Erminia Coco e Assunta Ciavarella)
Normalmente il pensiero si demanda alla supervisione mensile (tra l’altro in crisi in molti servizi), mentre con il GPMF il pensiero si potenzia in un processo circolare continuo: prima, durante e dopo le sedute e tra una seduta e l’altra.
 
Concludendo, i punti sui quali questa commissione ribadisce il proprio intento sono: il concetto di contaminazione, il DSM  a struttura multifamiliare, il tempo sincronico o setting multipli, psicoterapia individuale vs. psicoterapia di gruppo o multifamiliare nei servizi.

 

Non definito
Aggiornato: 
21/10/2014 - 01:06