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Accogliere soli accogliere in gruppo

di: Dott.ssa Maria Evelina Winkler, Csm RME Roma
L’accoglienza in psichiatria, significa soprattutto dar spazio all’altro, l’accoglienza possiamo dire che si basa su alcuni principi: disponibilità, ascolto, visione dell’insieme, empatia, risposta alla domanda. Il terapeuta si presenta prima come “uomo che accoglie” poi come tecnico che codifica il messaggio che gli viene mandato. Nel gruppo psicoanalisi multifamiliare, accogliere uno o più individui in un gruppo, significa innanzi tutto partire da una accettazione di totale ascolto delle persone che fanno richiesta di aiuto. Nel GPMF le famiglie si presentono curiose, alcune volte smarrite, spesso confuse, alcune volte con tanta voglia di svelarsi, altre con paura di questo.
Trovarsi da soli con i familiari d’avanti a un terapeuta, significa spesso per il paziente aprirsi, esporsi d’avanti a chi ci “giudica e incasella”, spesso la famiglia porta il paziente, parla di lui sottolineando le differenze lamentando le “bizzarrie” di questi, la famiglia cerca di tirarsi fuori dalla relazione patogena e patologica, che viene così delegata al tecnico. Il paziente di contro si sente colui che ha la malattia e che ora deve faticare ad esporla all’altro (terapeuta). Spesso confuso non capisce come mai i suoi cari lo raccontano, incolpano, ed altro. Seppur il terapeuta cerca di defilarsi dal compito di “giudice” o “paciere” è colui che ha il sapere che le viene attribuito dal suo mandato e dagli stessi interlocutori che portano il problema. Il rapporto anche nella prima fase di accoglienza assume un significato di scambio tra L’ESPERTO e IL MALATO. Difficile è da subito inglobare la famiglia che tenta tutto e per tutto per designare l’altro come malato.
Se si pensa a ciò che avviene nel gruppo GPMF se si guarda il primo incontro all’interno di un contesto ampio dove non c’è un unico terapeuta che osserva, parla, e “giudica”, ma tante persone curiose, spesso accoglienti, pronte a sostenere e sostenersi da subito, qualvolta anche a giudicare ma con quel senso di autoriflessione che lo distingue.
Il gruppo è visto come  più comprensivo e capace di ascoltare perché prova le stesse emozioni, i partecipanti capiscono perché hanno lo stesso problema, e seppur “giudica” il gruppo per chiunque può farlo.
Se pensiamo a un passaggio diretto, dall’analisi della richiesta (scheda) al problema visto come qualcosa da vivere e discutere in una collettività (GPMF) si capisce come i partecipanti si sentono forse “imbarazzati”, ma più compresi, ascoltati, e supportati, forse è difficile “mettere in piazza” i propri problemi ma come spesso vediamo nei gruppi, non c’è vergogna, alcune volte pudore, soggezione, verso qualcun altro che ha provato gli stessi sentimenti.
L’accoglienza diretta in un gruppo scavalla tutte quelle tecnicità, che spesso portano gli operatori  a diagnosticare e non vedere la complessità del caso, alcune volte a parlare troppo e non pensare, ma soprattutto a provare a sentire quell’emozione unica che scorre all’interno del gruppo. I terapeuti in questo diventano parte del sistema, non sono fuori e divisi dagli altri da una scrivania, sono in circolo con tutti e in quel momento soprattutto, con chi porta il dolore e la sofferenza di qualcosa non compresa che confonde e destabilizza il sistema.
Condividere con “tanti” questo momento significa dare la possibilità a noi terapeuti di ampliare le nostre vedute, di riflettere sui meccanismi patologici che più facilmente in un gruppo si evidenziano sin dal primo incontro. Toglierci dalla testa, unicamente quelle diagnosi che ci condizionano, quella tecnicità che ha segnato la cultura psichiatrica.
Certo, possiamo dire di entrare con il GPMF immediatamente in un sistema terapeutico, ma anche in una semplice accoglienza, scatta da subito quel senso di stare in “terapia”, anche se noi terapeuti ci vogliamo nascondere dietro a una neutralità, il paziente e così anche le loro famiglie si sentono già in un sistema ben definito: il sistema curante e anche se sospendiamo il nostro giudizio o consiglio su come e cosa fare per il caso in questione, già nella nostra e nella loro testa c’è un percorso avviato.
Nel gruppo tutto si evolve e si scopre quasi nell’immediato e il sentirsi affiancato è compreso da chi soffre come lui, per il paziente e gli stessi familiari è un conforto, una garanzia di ascolto non sentirsi “segnato”, anche i terapeuti con i loro interventi sono visti come parte del sistema e seppur viene vista e riconosciuta l’autorità che li distingue, viene ascoltata e accettata come gli altri del gruppo.
Noi terapeuti svolgiamo nell’accoglienza un lavoro di frontiera, e spesso di trincea, un lavoro dove l’esposizione all’angoscia liberata dall’altro, attiva anche i nostri meccanismi di difesa, sono in gioco anche per noi l’identificazione, la proiezione, la negazione, l’espulsione e il controllo. Quando il paziente sfugge alle nostre cure attiviamo delle difese per lui e per noi, la necessità di proteggere il paziente viene rinforzata sia dalle nostre angosce di perdita e dal mandato di controllo sociale.
Tutto questo nel GPMF si elabora e si esprime in modo diverso, perché anche per noi operatori il lavoro di gruppo assume un significato di crescita e conoscenza, che si concretizza negli interventi dei partecipanti.

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Aggiornato: 
21/10/2014 - 01:10