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Rapporti PM-DSM

di Andrea Narracci

I principali effetti legati all'introduzione di un Gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare GPMF all'interno di un DSM sono:

1) l'introduzione di un modello esplicativo dell'insorgere della crisi e della sintomatologia psicotica, in genere, alternativo a quello psichiatrico tradizionale: il futuro paziente stava male da quando era molto piccolo, visto che non aveva potuto vivere un adeguato processo di sviluppo, essendo rimasto intrappolato in un legame di interdipendenza patologica e patogena con uno o entrambi i genitori e la crisi, che insorge intorno ai venti anni, è un tentativo disperato di trovare uno spazio, dentro di sé e fuori, nella realtà, per delle parti di sé, le più autentiche, a cui aveva dovuto rinunciare fino ad allora ricorrendo alla scissione, perché mal si adattavano alle aspettative di uno o di entrambi i genitori a cui si sentiva più legato; 
quando improvvisamente ricompaiono o compaiono per la prima volta, il futuro paziente vive la dissociazione, cioè non riesce a mettere insieme e rendere compatibili le parti di sé nelle quali si era riconosciuto fino a quel momento, quelle legate al rapporto di interdipendenza patologica e patogena con uno o entrambi i genitori, con quelle che, ora, da quando sono emerse dentro di lui, sente come più sue ma che, generalmente, lo portano ad entrare in contrasto con le altre e, quindi, con i genitori; vista da questo punto di vista la crisi appare come un tentativo disperato di uscita dalla situazione patologica precedente e, quindi, come un tentativo di auto-cura;

2) la sperimentazione, in diretta, insieme agli altri nuclei familiari, da parte degli, operatori che le problematiche, presenti all'interno di un individuo chiamato paziente e tra i membri del nucleo familiare di cui fa parte, possono essere inquadrate in una maniera completamente differente da come erano state pensate fino a quel momento, essendo costituite da una serie di problematiche riguardanti la non avvenuta maturazione dell'individuo chiamato paziente, che non è riuscito ad emanciparsi dai genitori e di uno o entrambi i genitori che non ha o non hanno imparato a fidarsi di lui fino al punto di essere in grado di lasciargli vivere la sua vita, tanto che, viceversa, l'hanno occupata e hanno finito per viverla al suo posto;

3) la verifica, anche questa sperimentale, condivisa in diretta con gli altri nuclei e gli altri operatori, che il problema riguarda da un lato il paziente e, dall'altro, il genitore o i genitori: si tratta di riavviare un processo di sviluppo interrotto che riguarda i genitori che non si sono saputi separare dal figlio e il figlio che non ha saputo prendere quel minimo di distanza dai genitori che gli avrebbe permesso di vivere la sua vita e di crescere; 
osservando quello che accade a casa degli altri, figli e genitori imparano a riconoscere quello che accade a casa propria che è sempre diverso ma in parte simile a quello che accade a casa degli altri e gli operatori sperimentano a quali vertici di sofferenza possono dare luogo i fraintendimenti e le incomprensioni sistematici che si sono verificate in maniera inesorabilmente ripetitiva all'interno dei nuclei patologici che si trovano di fronte;

4) il gruppo insegna a tutti i partecipanti a ridefinire continuamente la “giusta distanza” a cui si devono porre dall'altro; 
il gruppo ha una sua capacità di insegnare a tener conto della presenza dell'altro chiunque egli sia, anzi proprio in relazione alla specifica natura dell'altro e quindi della specifica relazione che lo lega all'altro; 
per esempio, ai pazienti giunge con chiarezza l'invito a non sottovalutare i limiti di tenuta dei propri genitori, che anche essi hanno dei limiti e che questi limiti non possono essere superati magari in relazione alla necessità di vedere riaffermata, da parte dei pazienti, la necessità che vengano riconosciute le loro ragioni; 
ai genitori, la necessità di imparare a tenere conto delle opinioni dei figli, anche se alcune di queste possono sembrare, a prima vista, strampalate e/o del tutto fuori luogo: le ragioni dei figli, per quanto possano apparire inadeguate e perfettibili, bisogna riuscire ad accettarle per quello che sono e non pretendere di modificarle continuamente e inesorabilmente, finendo per passare l'idea che, comunque, più di tanto non vanno bene perché, in fondo, è il genitore quello che sa veramente che cosa è giusto che il figlio senta, pensi, dica e faccia;
agli operatori l'indicazione a costruire relazioni terapeutiche ad un livello di intensità che possa essere mantenuto stabile nel corso del tempo e non andare incontro ad alti e bassi che potrebbero risultare esiziali per pazienti e genitori e di accettare di entrare in un ordine di idee che consenta loro di tollerare di poter fare errori, se possibile piccoli e correggibili, nella gestione di questi delicati rapporti, da cui può dipendere una quota considerevole della possibilità di evoluzione, in senso positivo o meno, delle situazioni patologiche di cui essi si occupano;

5) si crea una comunità di operatori, impegnati tutti insieme a cercare di capire e di intervenire nei confronti degli ingranaggi comunicativi apparentemente irrisolvibili. presenti all'interno di ogni famiglia; 
gli operatori non sono più condannati alla solitudine e alla paura non condivisibile, se non su un piano clinico, in cui, però, non si può mai gettare la maschera e sono chiamati, viceversa, a dire e a parlare di sé e delle proprie impressioni, comprese la perplessità e la paura, sia durante il gruppo, sia, soprattutto, in seguito, nel post-gruppo; 
ma che cosa vuole dire condividere gli scambi comunicativi intensi, a volte drammatici, che si svolgono tra un genitore e un figlio della stessa famiglia e, magari, uno scambio in apparenza non così diverso, per quanto riguarda il contenuto ma, enormemente, per quanto riguarda il messaggio di relazione, perché sostenuto da un tono di voce del tutto differente, tra un figlio e un genitore di un'altra famiglia? 
potrebbe voler dire che è vero che nelle famiglie a transazione schizofrenica la comunicazione è profondamente e sistematicamente distorta ma anche che non è distorta all'interno di ogni componente, perché ognuno di essi, se si verifica uno scambio con un interlocutore che rassomiglia, per ruolo, a quello con cui non riesce a parlare all'interno della propria famiglia, può verificare di essere tutt'ora capace di interloquire in modo rispettoso dell'opinione dell'altro, cosa che nella sua famiglia non gli riesce, da tempo, possibile; 
di tutto ciò gli operatori presenti possono fare esperienza e, successivamente, discutere di che cosa ha significato per ognuno di loro, per esempio, rendersi conto delle cose, fino a ieri impensabili, soprattutto la verifica delle capacità nascoste (virtualità sane) presenti tutt'ora nei pazienti e nei loro genitori, che sono accadute poco prima davanti ai loro occhi; 
condividere questa esperienza o le mille altre esperienze, simili ma differenti, che si verificano nei gruppi può permettere l'apertura di una serie di domande che ogni operatore può iniziare a farsi e a cui può provare a dare risposta, magari utilizzando la risposta che un suo collega cerca di dare ad un proprio simile quesito nel corso del post-gruppo; 
si crea, così, una rete di interscambi automatici tra gli operatori che partecipano ad un gruppo, in cui il pensiero dell'uno può risultare utile all'altro per instaurare o portare a compimento un proprio ragionamento; 
la stessa struttura del funzionamento del pensiero che si verifica durante il gruppo può riprendere forma nel post-gruppo e permettere agli operatori di rendersi conto che il proprio cervello, come quello di pazienti e genitori durante il gruppo, può dare un contributo significativo ad una nuova e più ristretta edizione del fenomeno della mente ampliada, questa volta con il contributo soltanto delle menti degli operatori; 
nel corso del post-gruppo, si assiste, tipicamente, a due differenti andamenti nei confronti della richiesta esplicita o implicita dei conduttori con maggiore esperienza di parlare del gruppo: 
da un lato c'è chi prova a parlare del gruppo, del clima che ha percepito, del modo in cui ci si è trovato, di che cosa ha significato per lui quel determinato passaggio di quel paziente o di quel genitore, 
dall'altro, inevitabilmente, qualcun altro utilizza il riferimento a quel paziente o a quel genitore, per iniziare a parlare di quella situazione, di come le persone che ne fanno parte gli sembra che stiano in questo momento, magari in confronto a come stavano in precedenza; 
in queste due tendenze, presenti entrambe e, ovviamente, entrambe legittime e appropriate, ritroviamo il dualismo presente nei gruppi: 
da un lato, in questa seconda parte messa in luce, il tentativo di riportare il funzionamento della propria mente e, conseguentemente, anche delle altre ad un modello di funzionamento della mente stessa di tipo prevalentemente secondario, perfettamente cosciente, orientato nel tempo e nello spazio, 
dall'altro, nella prima parte messa in evidenza, lo sforzo di avviare una serie di interventi condotti da una mente dopo l'altra, anche scollegati l'uno dall'altro, secondo quanto ognuno si lascia venire in mente, assecondando un modo di funzionare della propria mente di tipo prevalentemente primario, per libere associazioni, fino a dare luogo ad un pensiero unico, tipico della cosiddetta “mente ampliada”, a cui ogni mente dà il suo apporto;

6) è proprio la sperimentazione di entrambi questi modi di funzionare della propria mente, in sinergia con quella degli altri, che riesce ad influire in maniera significativa sul clima presente all'interno del servizio, tra gli operatori, che possono finalmente sentire gli altri colleghi vicini e non in competizione; 
quello che accade rassomiglia a quello che accade durante un'esperienza psicoanalitica in cui viene data, all'analizzando e all'analista, la possibilità fondamentale di condividere, all'interno del loro rapporto, entrambe le modalità di scambio suaccennate;
gli operatori possono finalmente sentire che gli altri hanno una reale disponibilità ad incontrare l'altro e a condividere con lui ansie e timori, senza sentirsi perennemente costretti a mostrare e non mostrare come essi sono, fino in fondo;                
in analisi, quello che si costituisce è un clima di accettazione, di vicinanza e di complicità, sempre attento a non prevaricare il limite dell'autonomo funzionamento della mente dell'altro, ma anzi, tutto teso a cogliere le specificità dell'altro, in modo che si instauri, proficuamente per entrambi, un intenso rapporto in cui il transfert e il controtransfert possano dispiegarsi proficuamente;
nel gruppo non può certo venirsi a configurare niente di simile quanto ad intensità, ma qualcosa di simile per quanto riguarda la qualità, appena percepita attraverso accenni infinitesimali, del rapporto stesso; 
di fronte alla immanità delle tragedie intrapsichiche ed interpersonali che ci si trova di fronte, è possibile che scatti, tra gli operatori presenti un senso di fraternità a confrontarsi e mitigare gli insulti tremendi all'integrità dell'Io che da tali situazioni di tanto in tanto promanano;

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Aggiornato: 
11/01/2014 - 19:00