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Introduzione: interdipendenze patologiche e patogene

di Lucrezia Lopolito
Parlare di interdipendenze reciproche, sane o infermanti che siano, non è affatto semplice nel momento in cui si esce quella posizione in cui diamo per scontata la natura del concetto. Credo che un primo passo per provare a capirne una parte della sua complessità sia quello di contestualizzarlo e storicizzarlo al fine di evidenziarne il suo valore all’interno di una metodologia dell’intervento che riguarda la malattia mentale prima di tutto.
Mi viene in mente Foucalt quando, nel suo libro “storia della follia”, nel rintracciare le motivazioni storiche che giustificano l’esistenza di quei grandi contenitori di follia chiamati manicomi parla della famiglia come sistema che si assume il potere di “internare”.
La cultura della malattia mentale da cui deriviamo non aveva niente a che fare con il mondo relazionale, infatti la follia veniva guardata fondamentalmente attraverso due lenti mitiche. Il mito della razionalità che confina la follia nel territorio di ‘altro dalla ragione’ e che andava per questo ridotta al silenzio; e il mito di una felicità sociale all’interno di una città perfetta.
La famiglia aderisce, dal canto suo, alla costruzione di questi miti colludendo con l’idea di dover mantenere un certo ordine all’interno delle strutture familiari: “la famiglia con le sue esigenze diviene uno dei criteri essenziali della ragione; ed è essa soprattutto che domanda ed ottiene l’internamento (p.94)”.
Contestualmente, la medicina asseconda tali concezioni avvalorando in tal modo un terreno sul quale si viene ad edificare la concezione della patologia in termini dualistici: normale vs anormale.
Su tali basi si è andata quasi naturalmente costituendosi la realtà manicomiale così come noi la conosciamo. Nel tempo (positivismo) si è tentato in qualche modo di dare ragione alla complessità della malattia mentale riconoscendo il folle come un essere umano e l’internamento come un atto terapeutico preposto alla guarigione del malato.
Nonostante lo sforzo di tale epoca di superare le teorie sulla ragione fondate precedentemente, credo che abbiamo avuto a che fare per moltissimi anni a seguire con due elementi residuali ereditati dalla cultura delle case di internamento.
Il primo riguarda il potere di quello che Foucault sintetizza nel “gesto che proscrive” (ovvero allontana, esclude). Potere su cui hanno continuato a fondarsi le organizzazioni manicomiali fino a non molto tempo fa e che, a mio modo di vedere, continua a sopravvivere in alcune strutture come gli SPDC e gli OPG attraverso, per esempio, il moderno e potente “gesto del diagnosticare”.
Il secondo elemento riguarda la concezione della malattia mentale associata alla concezione medica secondo cui l’eliminazione, in qualche modo, dell’elemento patogeno riconduce il paziente ad uno stato di normalità. L’intervento si fonda su un ideale conformistico basato su una norma data, portando con sé delle quote di violenza agite nei confronti del malato a causa di quell’idea per cui della diversità bisogna disfarsene.
Se penso alla storia della follia, alle sue origini e trasformazioni nel tempo, il concetto che Badaracco propone ovvero quello delle interdipendenze patologiche e patogene, mi sembra rivoluzionario e trasgressivo, a maggior ragione se considero il contesto in cui egli ha l’intuizione di agire la sua proposta di ricerca e intervento, ovvero all’interno di una realtà manicomiale come quella del Borda. Il manicomio abbiamo visto nasce come una sorta di prodotto collusivo di una società che assume su di se il potere di stabilire cosa è dentro e cosa no, cosa è normale e cosa è malato. Si capisce allora come all’interno di un simile sistema la proposta di Badaracco appare assolutamente anticonformista poiché riguarda la presa in carico condivisa della malattia mentale: la famiglia viene “rimessa dentro” e responsabilizzata poiché considerata parte integrante del processo terapeutico. La malattia mentale in tal senso non viene più pensata come un problema del singolo da estirpare quanto piuttosto un problema che riguarda le relazioni familiari e che prende vita a partire dai processi primari di identificazione.
Il primo tentativo di Badaracco è stato dunque quello di ripensare la malattia mentale attraverso il gruppo multifamiliare marcando il passaggio da una rappresentazione del “folle in solitudine” all’interno di un contesto manicomiale fondamentalmente basato su sistemi di intervento di tipo assistenziale ad una che invece prende in considerazione prima di tutto la persona affetta da un grave disagio. In tale ottica, la malattia mentale diventa parte di una dimensione più complessa che rimette in campo il sistema familiare come oggetto di intervento nei vari contesti di cura.
La sfida è stata, dunque, quella di uscire da una cultura di tipo manicomiale in cui il paziente diventa la sua malattia che deve essere, in quanto tale, diagnosticata e “curata” all’interno di un’ottica medicalizzante.
La proposta attraverso l’istituzione del gruppo è stata quella di offrire, al contrario, uno spazio in cui provare a comprendere e pensare la malattia mentale all’interno del sistema familiare.
La “psicosi” allora non viene più considerata una diagnosi psichiatrica e la sintomatologia acquista significati diversi a seconda della singolare storia di ciascuno.
A tale proposito Badaracco propone un’articolazione tra le idee della psichiatria e quelle della psicoanalisi multifamiliare: il sintomo “psichiatrico” all’interno del gruppo può essere risignificato a partire dalle emozioni che lo hanno generato all’interno di una interdipendenza che coinvolge due o più persone entro una trama vissuta come patologica e patogena.
Mi viene in mente rispetto a questo uno spaccato di un gruppo multifamiliare in cui una coppia di genitori riportava il vissuto di essersi sentiti travolti da una crisi acuta della figlia e che per questo era stata ricoverata in SPDC.
Si era dunque partiti da una sintomatologia che sembrava essere fino a quel momento non solo priva di senso ma soprattutto avulsa da qualsiasi significato di natura relazionale all’interno di quello specifico sistema familiare. La mia sensazione era che il gruppo, così come era costituito, potesse in un primo momento contenere quell’ “assenza di senso” per poi muoversi attivamente verso una possibile ri-significazione di quanto riportato, lontana da una mera descrizione di sintomi.
La figlia in quel contesto sentì probabilmente la possibilità di parlare della sua crisi, emersa sottoforma di urla disperate insieme alla sensazione di “non riuscire a smettere”, in relazione ad un clima familiare che diceva di aver vissuto come opprimente la sua libertà di espressione fino al punto in cui quelle grida poterono rappresentare per lei la rottura di un assetto così costituito fino a quel momento.
Penso, attualmente, che un simile intervento in un contesto di gruppo come questo possa essere considerato parte di un processo terapeutico nel momento in cui propone alle famiglie coinvolte di riconoscere e quindi farsi carico di aspetti problematici vissuti generalmente con un forte senso di estraneità.
Badaracco rintraccia aspetti problematici in quello che definisce “identificazioni alienanti patogene, che fanno impazzire”.
Si tratta di contenuti psichici che non possono essere mentalizzati e, in quanto tali, vengono vissuti come corpi estranei che contribuiscono a configurare strutture patologiche. Tale processo dipende dalla capacità dell’oggetto parentale di fornire “assistenza”o meno ad un Io debole e immaturo. Alla luce di ciò l’ “oggetto buono” viene considerato quello che apporta, per la sua funzione strutturante, le condizioni per cui una esperienza frustrante sia tollerabile ed una esperienza di soddisfazione possa avere il suo limite. L’ “oggetto cattivo” sarà quello che, a causa della sua condizione carente, non può apportare questi elementi indispensabili e si comporta, al contrario, come un ‘amplificatore’ di frustrazioni, invidia e odio primitivi. Si tratta appunto delle caratteristiche di quello che Badaracco definisce “oggetto che fa impazzire”. Di conseguenza si raggiunge uno sviluppo precario del sé ed una identità povera che obbligano il soggetto coinvolto a ricorrere a vincoli patogeni introiettati allo scopo di mitigare l’angoscia autodistruttiva o di disintegrazione da cui si sente minacciato. L’identificazione patogena dunque riguarda l’incorporare nella psiche elementi che vengono agiti come una presenza invadente ed esigente per cui le funzioni mentali vengono sottomesse a tale “presenza”. Tale identificazione è quindi ‘alienante’ perché l’Io viene rimpiazzato da un oggetto estraneo che lo sottomette alla sua arbitrarietà.
Si tratta di identificazioni che vengono alimentate continuamente attraverso meccanismi di proiezione e identificazione proiettiva che finiscono per avere una vita propria. La persona coinvolta in questa trappola finisce con l’identificarsi con l’oggetto patogeno creando e apparendo come un personaggio costretto a rinunciare all’autenticità della sua persona.
Concludo con una vignetta tratta dall’articolo di Badaracco (il mondo delle interdipendenze reciproche, 2007f) che mi sembra esprima al meglio il concetto delle interdipendenze che fanno ammalare.

Una madre da “tutto” per un figlio, sperando che il figlio dopo la ricompensi, in qualche modo, per tutto quello che lei ha fatto per lui. Un padre ha l’aspettativa di incontrare un figlio che gli corrisponda e che “sia un buon figlio”. Il figlio quindi vuole “essere un buon figlio” durante molto tempo, fino a quando dopo si rende conto che “essere un buon figlio” non gli permette di “essere se stesso”. Quindi, se non abbandona l’idea di “essere un buon figlio”, può rimanere intrappolato in questa sensazione. In queste condizioni, “essere un buon figlio” non gli permette di sviluppare la sua propria personalità.